Persegui l’umiltà per arricchire la tua vita

Timothy Radcliffe OP si è rivolto al Congresso degli abati con un appello alla speranza, alla stabilità e alla verità monastiche in un mondo segnato da crisi, distrazione e confusione identitaria. Ha esortato i benedettini a rimanere segni di pace e di gioia, silenziosamente radicati nel culto e nel mistero eterno di Dio.

28 Maggio 2025

Vi ringrazio di cuore per avermi invitato nuovamente a questo congresso di Abati. Come la volta precedente, lo accetto grato per tutto quanto mi è stato dato dalla tradizione benedettina. Dieci anni di educazione meravigliosa presso le scuole benedettine. Ed è in qualche maniera stato il mio prozio Don John Lane Fox alle radici della mia vocazione religiosa. Per quanto fosse stato sfigurato quando prestava il servizio di cappellano nella Prima Guerra mondiale, era ricco di una gioia che poteva solo venire da Dio. Ma quando gli dissi che avrei voluto diventare un domenicano, mi instillò un dubbio. “Sai, sono terribilmente intelligenti. Dubito che vogliano accoglierti!”. Fui preso in una morsa.

L’abate Gregorio mi ha chiesto di incentrare il mio umile intervento su una previsione di come sarà la vita monastica nei prossimi venti anni. All’inizio l’argomento mi ha stupito perché mi sembrava un argomento molto particolare. Dieci anni sono un battito di ciglio per la storia benedettina. Ma l’ultima volta che partecipai a questo congresso fu nel 2000. Un anno dopo, l’11 settembre, cambiò per sempre il nostro mondo. Due anni dopo il giornale americano Boston Globe rivelò gli scandali sessuali che si perpetuano nella Chiesa. La Chiesa da quel momento non poté più essere la stessa. Poco tempo fa, prima di partecipare ad un intervento alla Scuola Gesuita, dovetti presentare un certificato che attesta che non avessi commesso crimini. Tutto questo era immaginabile l’ultima volta che ho parlato con voi.

Per questo oggi nessuno di noi sa dove ci porteranno i prossimi venti anni. In ogni parte del mondo le democrazie stanno fallendo e le dittature salgono al potere. In molti stati dell’Africa la natalità sta diminuendo drasticamente.
Studi rivelano che in ogni parte del mondo i giovani hanno molta più difficoltà a comunicare tra loro perché gli uomini tendono ad essere più conservatori e le donne più progressiste. E tutti viviamo con l’ansia di una imminente catastrofe ambientale.

Il primo dono della tradizione benedettina è che bisogna avere fiducia per affrontare il periodo che stiamo vivendo con speranza. San Benedetto creò questa regola in un momento in cui l’Europa stava cadendo nel caos e abbiamo superato molti momenti difficili da allora.
Quando l’amato Cardinale benedettino Hume mi presentò prima di una lettura disse che era un piacere presentarmi, il referente di un ordine religioso relativamente giovane. Ma anche i Domenicani che avevamo con noi, come voi, hanno vissuto innumerevoli difficoltà: la peste nera, la crisi del papato nel 14° secolo, la Riforma, violente rivoluzioni nel 18° secolo e poi il nazismo nel 20° secolo. E entrambi i nostri ordini sono ancora qui.

Gesù ha detto ai suoi discepoli che sono i rami della vite: “Ogni ramo che ha frutti è potato perché abbia ancora più frutti” (Giovanni 15.2). Siamo stati soppressi ed espulsi, trascurati e riformati, collassati e rinati. Siamo stati potati perché avessimo più frutti. Così possiamo affrontare le difficoltà con speranza. I Domenicani americani mi hanno detto una maglietta che dice “ Che tu abbia una buona difficoltà”.

Come possono i monaci essere un segno di speranza? La volta precedente ho detto con il non fare niente. Il Cardinale Hume una volta scrisse dei monaci che “non riteniamo avere una particolare missione o funzione nella Chiesa. Non abbiamo idee per cambiare il corso della storia. Siamo qui solo per caso dal punto di vista umano. E, fortunatamente, andiamo avanti solo con la nostra presenza”[1]Un amico scrisse a Thomas Merton “Quando qualcuno mi chiede che cosa faccio io rispondo che sono solo un essere umano”[2]In particolare, non facendo nulla ci focalizziamo su colui per cui facciamo tutto, il cui nome è IO SONO.
E questo è proprio ciò di cui ho parlato la volta precedente e quindi non voglio ripetermi!

L’Abate Gregorio mi ha consigliato un libro illuminante, La via di San Benedetto, scritto da Rowan Williams, il precedente Arcivescovo di Canterbury. Williams si focalizza sul vostro voto di equilibrio.
In un mondo frenetico, di fugaci relazioni dove le persone hanno difficoltà a coltivare rapporti stabili, i monaci hanno fatto un giuramento con gli altri di speranza.
Williams scrive che secondo il principio della stabilità benedettina “noi impariamo a stare seduti con qualsiasi compagnia arrivi, nella certezza che il Figlio del Padre è sempre seduto accanto a NOI”[3]Il meraviglioso film, Des dieux et des hommes, racconta la storia della comunità dei trappisti in Algeria travolti dal terrorismo che negli anni Novanta invase il paese.
La comunità discusse se lasciare o meno il paese per la loro salvezza. Rimasero perchè non volevano lasciare i loro amici Mussulmani. Uno degli abitanti disse “Noi siamo gli uccelli che rimangono sui rami e voi i rami stessi”. Quasi tutta la comunità fu portata via nel maggio del 1996 e sparì: la loro stabilità si trasformò in martirio.

Nel 2018 furono beatificati insieme al vescovo Dominicano, Pierre Claverie. Anche lui era stato costretto a lasciare l’Algeria. Prima della sua morte disse; “Mentre stava accadendo quella tragedia in Algeria, mi fu spesso chiesto, “Che cosa fai lì? Perché ci rimani? Togli la polvere dai tuoi sandali e torna a casa!”.
Casa…dove ci sentiamo a casa? Non abbiamo alcun potere ma possiamo stare accanto ad un amico, a un fratello malato, tenendogli silenziosamente la mano e asciugandogli la fronte. Siamo là per amore di Gesù, perché è colui che soffre, vittima di una violenza che non risparmia nessuno, crocifisso ancora e ancora nella carne di migliaia di innocenti. Come sua madre Maria e San Giovanni, noi siamo ai piedi della croce dove Gesù morì abbandonato dai suoi seguaci e deriso dalla folla [4] .
Molti dei vostri fratelli e delle vostre sorelle rimangono con fede ai piedi della croce nei luoghi di sofferenza intorno al mondo.

In mezzo alla crescente violenza, fisica e verbale, il monastero dovrebbe essere un’oasi di pace, dove fratelli e sorelle rimangono insieme come simbolo del Signore, le cui ultime parole secondo il Vangelo di Matteo furono “Ecco, io sono qui con te fino alla fine dei tempi” (Matteo 28.20).

Voi avete il coraggio di stare perché crediamo che nel giorno di Pasqua. l’amore e la vita hanno trionfato sull’odio e la morte. E per questa meravigliosa conseguenza dopo Pasqua cantiamo: Victimae paschali laudes,

Mors et vita duello
Conflixere mirando:
Dux vitae mortuus
Regnat vivus

“La Morte e la Vita si contendono in un duello spettacolare: il Principe della Luce, che morì, regna vivo in eterno”.
Noi siamo in pace persino in mezzo ad un conflitto perché, come è detto nella prima preghiera Eucaristica, i nostri giorni sono dedicati alla pace del Signore. Questa è una pace che possiamo percepire anche quando non ci sentiamo in pace. Il mio fratello novizio Simon Tugwell OP scrisse “ Non è una pace soggettiva quella richiesta; se siamo in Cristo, possiamo essere in pace e calmi anche quando non sentiamo la pace[5]”.

Alla fine degli anni Sessanta, Blackfriars fu oggetto di un piccolo attacco bomba alle 2 del mattino. Due piccoli ordigni distrussero tutte le finestre della prioria. Fummo tutti svegliati di soprassalto e scendemmo di sotto. Arrivarono polizia e ambulanze. Ma dov’era il Priore, Fergus Kerr? Il novizio più giovane fu mandato nella sua stanza. “Fergus, Fergus, svegliati, c’è stato un attacco bomba”. “Qualcuno è morto?” “No” “Qualcuno ferito?” “Pare di no”. “Allora perchè non vai via e mi lasci dormire, ci penseremo domani mattina”.
Qualsiasi cosa succede, la vittoria è vinta. Quando i carnefici arrivarono per Dietrich Bonhoeffer, il suo ultimo messaggio fu per il Vescovo Bell of Chichester: “ Questa è la fine e, per me, l’inizio della vita…dite al Vescovo…la nostra vittoria è certa”.

Rowan Williams dice che questa solidità ha alla base il principio di vivere con onestà l’uno verso l’altro. Scrisse “La comunità che ha fatto promessa di vivere assieme e con Dio è quella in cui risplendono onestà e rispetto. Io prometto che non vi nasconderò nulla e che vi aiuterò nel non nascondere nulla a me e a voi stessi.”[6]Ecco l’essenza della Regola; che ogni monaco esponga i suoi pensieri ad un fratello più anziano affinché lo possa condurre alla verità. Insieme abbiamo il coraggio di affrontare la verità della nostra debolezza, fragilità e mortalità.

Simon Tugwell dice: dopo la caduta, Adamo ed Eva “non erano senza dubbio preparati per guardare Dio in faccia e presto persero anche il coraggio di guardarsi tra di loro. Si dimenticarono persino delle loro facce.”[7] .
Noi confidiamo che i nostri fratelli ci vedano come siamo e aspiriamo ad essere nudi alla loro vista. Noi desideriamo essere visti. Gregorio di Nyssa scrisse del battesimo “solo togliendoci queste foglie cadenti e che celano le nostre vite, potremmo nuovamente presentarci davanti agli occhi del nostro Creatore.”[8] “
Un’antica preghiera dell’Est dice “apri i nostri occhi, dacci fiducia, non lasciarci nella vergogna e nell’imbarazzo, fai sì che non proviamo disprezzo per noi stessi.”[9]

La tentazione è sempre quella di proiettare sugli altri quello che ci spaventa e non ci piace di noi stessi. Simon Tugwell dice “la pace si ottiene con una serena conoscenza di se stessi. La via verso la pace è accettare la verità. Ogni parte di noi che rifiutiamo di accettare sarà nostra nemica, ponendoci in atteggiamento difensivo. E i pezzi abbandonati di noi stessi troveranno presto incarnazione in chi è attorno a noi.”[10]

Noi accettiamo la nostra complessità senza paura. Charles Baudelaire:

Ah ! Seigneur ! donnez-moi la force et le courage
De contempler mon cœur et mon corps sans dégoût [11]!

G. K. Chesterton scrisse una famosa collana di gialli di cui il protagonista era l’infallibile risolutore di omicidi Padre Brown. Un gruppo di criminologi americani lo intervistarono per scoprire il segreto del suo successo. Aveva particolari tecniche scientifiche?
Chesterton rispose: “Semplice. Commisi io stesso tutti gli omicidi. Fino a che non comprendi che non c’è nulla che non potresti fare, allora hai l’anima di un Fariseo”. In un altro testo scrisse che nessuno “può essere buono se prima non capisce quanto potrebbe essere cattivo…fino a che non espelle dalla sua anima l’ultima goccia dell’olio dei Farisei, fino ad allora l’unica speranza che ha è catturare un criminale e tenerlo sotto i suoi abiti.”[12]

Così in un mondo che ha perso l’amore per la verità, un mondo di notizie false e di cospirazioni, di “tua verità” e “mia verità”, i monasteri ci invitano ad entrare nella luce di Gesù. Noi desideriamo essere visti come siamo e guardarci l’un con l’altro con compassione. Noi aspiriamo a fare ciò perché la vita religiosa ci distoglie dal prenderci troppa cura del nostra abilità.

La cultura del mondo è ossessionata dal concetto di identità: identità etnica, di tribù, identità di genere, l’identità di orientamento sessuale, l’identità politica, delle vittime e dei vincitori.
L’appello di oggi è “Questo è ciò che sono. Pretendo che mi accettiamo per come sono”. Come guida dei Domenicani, mi è richiesto di incontrare ogni fratello in privato. In una comunità degli Stati Uniti quasi ogni fratello si presentò dicendo “Sono fratello X e sono un uomo gay”. Fui obbligato a dire che l’identità di ciascuno non è basata sull’orientamento sessuale, che non è di particolare interesse, ma sulla capacità di amare!

Per un cristiano, e a maggior ragione per un religioso, l’identità non è scelta né costruita ma scoperta secondo come ognuno risponde al Signore che ci chiama per nome e noi stessi ci invitiamo l’uno con l’altro a seguirlo. Quando rispondiamo alla sua chiamata, siamo in grado di crescere senza essere preoccupati di chi siamo.
Iris Murdoch disse: “Il principio base di una vita buona è vivere senza un’immagine di se stessi”.[13]
Perché chi siamo cresce e si sviluppa nel mistero di Cristo.
Nel film Barbie, che immagino molti di voi abbiamo visto, tutte le Barbie celebrano cantando la loro libertà di poter essere tutto ciò che vogliono. Questo è il sogno americano. Ma per i Cristiani la nostra identità si nasconde in Dio che, scrive Sant’Agostino, “è più vicino a me di quanto non lo sia io stesso”. Chi sono è celato dal manto del mistero divino…

Quindi, paradossalmente, alla base della identità Benedettina o Domenicana c’è la mancanza di preoccupazione per l’identità individuale. Dio sa chi sono. E questo è sufficiente. Diventare un ramo della vera vite significa vivere grazie a Dio la cui linfa è la vita stessa. “Chiunque rimanga con me e io in lui sosterrà più frutti perché senza me non puoi fare nulla”. La potatura che stiamo avendo in questo momento è il Signore che taglia le piccole identità che abbiamo amato.

La più grande gioia e prova di una vita religiosa è sapere se capaci di vivere con fratelli e sorelle nonostante quanto Williams definisce “le loro salde differenze”. [14]. La loro “diversità”. Noi Domenicani siamo assegnati di tanto in tanto ad altre comunità e quindi abbiamo un lasso temporale sufficiente prima di iniziare a volerci ammazzare uno con l’altro. Tuttavia una volta il padre di una confraternita dominicana punì un priore che aveva percorso trenta chilometri solo per il piacere di dare ad un altro priore un pugno in faccia![15]Ma la fermezza indica che l’altro monaco fosse lì ad accoglierlo. Il mio prozio Dick mi raccontò di quanto fosse irritato ad essere seduto nel refettorio per anni e anni accanto ad un monaco che mangiava la sua zuppa rumorosamente. Non c’era nessuna soluzione se non quella che l’uno o l’altro sarebbero prima o poi morti! A Basil Hume piaceva ricordare spesso come i monaci di Ampleforth fossero sollevati quando uno di loro moriva!

Uno dei modi in cui la regola di San Benedetto ci aiuta a credere l’uno nell’altro è quando si lavora. Ora et Labora. Ognuno ha qualcosa da offrire nella vita in comune. Fa parte della dignità di ogni fratello e sorella avere qualcosa da offrire e gli occhi dell’Abate devono essere aperti per scoprire quale tesoro si nasconde in ognuno.
Rowan Williams dice: “Il monastero richiede a ciascuno un contributo per la vita in comune e, altrettanto, regala ad ognuno la consapevolezza della propria responsabilità in ogni dettaglio. Non è una comunità in cui qualcuno vive alle spese degli altri o in cui ad alcuni non è riconosciuta la possibilità di avere qualcosa da offrire, vivendo come ospiti oggetto di carità.[16]Il lavoro è un insieme di “dignità e creatività”.

Questo è un bellissimo segno di speranza in un mondo che sta vivendo una crisi del lavoro. Coloro che lo hanno sono spesso soggiogati dalle richieste continue. Thomas Merton sosteneva che “la fretta e le pressioni della vita moderna sono spesso segno evidente della sua innata violenza. Lasciarsi trasportare dalla moltitudine di preoccupazioni, sottostare a troppe richieste, intraprendere troppi progetti, voler aiutare tutti in tutto significa soccombere alla violenza. Persino di più perché significa contribuire alla violenza. Il fervore di un attivista neutralizza la sua innata propensione alla page. Distrugge la produttività del suo lavoro, perché distrugge le radici della saggezza che rendono fruttuoso il lavoro”. [17]

Altri si sentono inutili perché non trovano lavoro o perché non possono lavorare in quanto malati. O altri dedicano la loro vita alla cura degli altri, per i giovani, gli anziani o i malati, in modi non riconosciuti dalla società. In ogni caso la dignità delle persone è minata perché non trovano lavoro o il loro lavoro non è riconosciuto.
Le comunità religiose sono oasi felici in cui persino i rami vecchi possono produrre tanti frutti. Non abbiamo il concetto del ritiro dalle attività. Avevamo un fratello che per anni cucinò per la comunità. Quando non era più in grado di farlo, faceva solo la zuppa di mezzogiorno. Quando raggiunse gli ultimi anni della sua vita e farlo più troppo faticoso, semplicemente preparava la tavola e distribuiva il sale e il pepe. Chiedergli di riposare sarebbe stato un affronto alla sua partecipazione alla comunità e alla sua dignità come servitore dei fratelli.

Ma se decidiamo di vivere l’uno con l’altro, resistendo alla fuga e all’omicidio, allora il frutto che sosteniamo è un cuore aperto alla gioia. Come ho detto, fu proprio la gioia del mio prozio ad aprire la porta della mia vocazione religiosa.
Un Abate Arcivescovo dei Benedettini, Notker Wolf, invito alcuni monaci buddisti giapponesi e monaci shintoisti a visitare per due settimane il monastero di St Ottilien, in Bavaria. Quando questi chiesero quale fosse la forza che guidavano i monaci benedettini lui rispose “la gioia”. “Perché i monaci cattolici sono così gioiosi?”. È un piccolo raggio della beatitudine per cui siamo stati creati. È la potenza di chi ha bevuto il nuovo vino della preghiera. Il nuovo vino che inebria era la metafora preferita degli antichi Domenicani. In effetti ho l’impressione che non si trattasse solo di una metafora!

La promessa di Dio a Ezechiele è che “Ti donerò un nuovo cuore e un nuovo spirito: rimuoverò dal tuo corpo un cuore di pietra e ti donerò un cuore di carne” (36.26).
Un cuore di carne è aperto alla gioia e al dolore. In un mondo che cerca che cosa sia umano, il monastero è senza dubbio chiamato ad essere un segno della vocazione umana, la chiamata alla beatitudine, la pace di Dio.

Amo queste parole che sono attribuite a Antoine de St Exupery. Sono persino migliori di quanto scrisse: “Se vuoi costruire una barca, non raggruppare uomini e donne per dare loro ordini o per indicare loro che cosa devono fare o dove trovare tutto…se vuoi costruire una barca, fai nascere nel cuore degli uomini e delle donne il desiderio del mare!”[18]

Alla base della missione dei Benedettini, specialmente in un mondo laico, c’è il desiderio di dare alle persone un assaggio dell’infinito. Troveranno poi loro il modo per costruire le barche.
È insito profondamente nell’umanità il desiderio di pregare. Dom Bede Griffiths racconta di un momento di rivelazione quando studente, fattasi sera stava ascoltando il canto di un’allodola: “Al tramonto tutto sembrava perdere colore e un velo di oscurità stava coprendo la terra. Ricordo ancora lo stupore che mi pervase. Sentì il bisogno di mettermi in ginocchio perchè pensai di essere alla presenza di un angelo. E osai appena alzare lo sguardo al cielo, perché mi sembrò che quello che pensavo essere un velo era il volto di Dio”.[19]

Il grande studioso patristico Peter Brown crebbe come protestante a Dubino ma perse la sua fede. Quanto lo riportò a questa fu ascoltare il canto del Qu’ran durante una visita in Iran, il giorno dopo la celebrazione dell’Eucaristia[20]. Ne osservò la bellezza e capì quanto mancava nella sua vita: la preghiera.
Etty Hillesum, la mistica Ebraica Cristiana che morì ad Auschwitz scrisse: “Fu come il mio corpo chiedesse e fosse creato per mettersi in ginocchio. Talvolta nei momenti di profonda gratitudine, inginocchiarsi diventa un’esigenza impellente.”[21]Comprendo bene le sue parole. Dopo un doloroso intervento per un tumore, passarono due anni prima che potessi di nuovo inginocchiarmi. Sentivo un profondo senso di privazione.

I giovani sono spesso attratti dal Cattolicesimo per una “smania di spiritualità”[22]. Nella preghiera trovano la pace che cercano. “La mia anima è senza paura fino a che è dedicata a te, mio Dio”, come dice Agostino.
Allora forse la vostra missione in questi tempi così violenti e privi di valori è prima di tutto la preghiera, aprire la finestra che guarda verso la nostra casa definitiva, la nostra patria.
C. S. Lewis la definisce sehnsucht “l’inconsolabile desiderio nel nostro cuore per qualcosa che non sappiamo che cosa sia”.
“Di questo desiderio per la nostra terra promessa, che troviamo in noi stessi anche ora, ho timore…non possiamo parlarne perché è qualcosa che non è mai apparsa nella nostra esperienza. Ma, al contempo, non possiamo nasconderla perché la nostra vita è ispirata da questa e inganniamo noi stessi come amanti quando sospirano un nome…il profumo di un fiore che non abbiamo colto, l’eco di un motivo che non abbiamo sentito, notizie da una nazione che non abbiamo ancora visitato.”[23]

Non possiamo prevedere quali e quanti momenti turbolenti affliggeranno il mondo nei prossimi venti anni. Il futuro è oscuro. Ma credo profondamente che la tradizione Benedettina incarni la promessa di una umanità senza paure.
In questa meravigliosa frase di Rainer Maria Rilke siamo chiamati ad essere “cercatori del futuro prossimo…del passato”.[24]Essendo passati attraverso così tante crisi, crediamo che nonostante la potatura possa essere dolorosa nelle mani di Dio, possiamo ancora portare molti frutti. Possiamo osare vedere noi stessi e gli uni gli altri come siamo, veramente, credendo profondamente che è sono queste fragili, mortali ed eterogenee persone che il Signore ama e chiama a sé.

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[1] In praise of Benedict p. 23

[2] William H. Shannon Seeds of Peace: Contemplation and Non-Violence New York 1996 p.55

[3] The Way of St Benedict¸Bloomsbury 2020, London etc, p.6

[4] Jean-Jacques Pérennès OP A Life Poured Out: Pierre Claverie of Algeria, Orbis Books, New York, 2007 p.243f

[5] Reflections on the Beatitudes London 1980 p.114

[6] P.18

[7] Way of the Preacher, p. 92

[8] De Virginitate XIII 1,15f, quoted Simon Tugwell OP, The Way of the Preacher London 1979 p.92.

[9] Euchologion Serapionis 12,4 ibid.

[10] P, 112

[11] Le Voyage a Cythere, stanza 15. Quoted by Tugwell, p. 106

[12] The Complete Father Brown, Mysteries, 2010, P.153 and 154

[13] Quoted A. N. Wilson Confessions: A life of Failed Promises, Bloomsbury 2023, p.5

[14] P.14

[15] Simon Tugwell, The Way of the Preacher p.94

[16] P.77

[17] Conjectures of a Guilty Bystander, Doubleday, New York, 1966 p.86

[18] : “To create a ship is not to weave sails, forge nails or read the stars, but to give a taste of the sea, which is one, and in the light of which nothing is contradictory but community in love[18].’

[19] The Golden String¸ Fount, London, 1979, p.9

[20] Journeys of the Mind, p.431

[21] David Brooks. P.21

[22] ‘Why Adults become Catholics’. The East Anglian Diocesan Commission for the New Evangelisation. 2024.

[23] The Weight of Glory, Macmillan, New York, 1966, pp 4 – 5.

[24] Quoted by Paul Murray OP in The New Wine of Dominican Spirituality: A Drink called Happiness. Burns and Oates, London, 2006, p.4

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